Dj story: l’intervista a Mauro Caprari
Giovedì, Aprile 1st, 2010Uno dei più grandi dj musicisti si racconta.
Il rumore di fondo che avvolge la sua casa, nel cuore del centro storico di Macerata in un palazzo del ‘600. Come un gentiluomo di provincia d’altri tempi appena può si dedica alla collezione di oggetti del passato, che vanno dal ‘500 al modernariato - “Ogni oggetto racconta un passato a cui è sopravvissuto”. (Dice ironiamente). Quando non è Mauro Caprari ospite dei club piu alla moda, Mauro Blues , è il dj simbolo del rinascimento della pista da ballo, l’abbiarno incontrato dopo una sua esibizione davanti ad un pubblico che va dai 18 ai 40 anni.
Mauro non hai anche tu questa impressione, che un dj più invecchia, più diventa bravo?
I dj piu popolari del pianeta hanno ormai abbondantemente superato i 40 anni: Gianni Morri, Mozart, L’Ebreo, Enzo Persuader ecc. E’ una questione di tempi necessari per farsi conoscere. Adesso questi tempi sono molto piu ridotti, ma per emergere ci vuole un cultura musicale che si crea solo in decenni di ascolti e mixaggi. Oggi il giovane dj cerca a tutti costi un piccolo spazio in discoteca prima dei dj famosi. lo preferivo organizzare un piccolo evento con un gruppo di amici, feste sotterranee, che pero ti facevano crescere. Se sei un dj agli inizi, è inutile cercare di aprire la serata di una superstar: ti trovi a mettere i dischi di fronte a una pista vuota. Meglio avere intorno cento amici in uno scantinato che sono li solo per te»
Come si fa non essendo più ventenni, a entrare in sintonia con i ragazzi più giovani?
“Me lo domando ogni volta che metto i dischi in un club, o in serate come questa. Ti confesserò che qualche anno fa avevo quasi deciso di smettere con questo lavoro, quando ad una festa privata in sardegna (dove mi esibisco dal lontano 1969) ho saputo che c’era gente che aveva preso l’aereo dal continente (così dicono in sardegna) per venire a sentirmi, mi dissero che ero una leggenda delle feste in discoteca, insieme a nomi importanti che sono praticamente gli inventori, della dance music. Mi colpì in particolare una frase, che diceva: ”Nonostante Mauro Blues suoni da trent’anni, il suo pubblico in Italia è tra i più giovani che ci siano”. Ed è vero! Io non ho il classico pubblico adulto, quello che adesso tutte le discoteche vorrebbero e che a me fa molta tristezza. Mi chiedo: ma cosa avete contro i ragazzini? Questa musica è creata per il loro piacere! Quando io viaggiavo per tutta l’Italia con mezzi di fortuna per andare a vedere (Deep Purple, Rolling Stones, Carlos Santana) ero un adolesciente. Ballavo come un matto e davo le testate sulle casse. E adesso è uguale. Sono loro, i giovani, che devono riempire i locali. Il mio club ideale è quello dove stanno insieme diciottenni e i sessantenni.
Ma perché oggi tutti vogliono fare i dj? Starlet, calciatori, attori…
E’ sicuramente la figura professionale, nel campo della creatività, che ha subito le trasformazioni più profonde. Prima per fare un disco bisognava mettere in piedi strutture complesse, sale di registrazione, sale prove, musicisti, investimenti che solo le grandi case discografiche potevano permettersi. Adesso basta un programmino da 200 euro e col tuo pc puoi fare il colpo della vita. E poi, ora, i dj sono diventati i produtttori più richiesti dalle superstar del pop: Madonna, gli U2, nessuno può fare a meno del dj. Se il sogno di quelli della mia generazione era possedere una chitarra Gibson Les Paul e suonaere come jimmy page, adesso i ragazzi vogliono una console, vera o virtuale.
Non sei un po’ infastidito da questa generazione del mestiere’?
Per nulla. I presunti vip che per necessità si scoprono dj mi fanno ridere. Ma li capisco. Pensa a un fuoriuscito di un reality: dopo il suo quarto d’ora di celebrità, che può fare per campare? Cantare non sa, ballare nemmeno lo mettiamo ad un mixer ed è un dj perfetto; è un po’ più facile che fare un film con Tarantino, no?
Qual’è la differenza tra Mauro Blues e gli altri?
E’ il club che fa la differenza. Nelle discoteche dove io metto i dischi, i ragazzi pagano per ascoltare la musica, per la performance, che è fatta del mio background, di cultura musicale, di tecniche di mixaggio, fantasia, psicologia, assemblaggio di mondi diversi, di creazione di un’ onda. Li la star da reality è maeglio che non vada, perché gli tirerebbero addosso i gin tonic.
Come si è formato questo tuo background?
Quando avevo dodici anni il mio sogno era comrarmi una batteria Ludwing ma nonme la potevo permettere e comprai una hollywood perlata celeste. I piatti sono stati una scelta che è venuta dopo, casuale, come sempre succede nella vita. E non è detto che i due linguaggi si escludano. Pensa a Moby: fa il dj, ma ha anche un guppo rock, suona la chitarra, canta… La mia formazione è proprio il risultato di tanti stimoli diversi, suonare uno strumento, usare i piatti, fare un programma nella prima radio libera nella zona, leggere avidamente i giornali musicali, essere permeato da un suono, da una notizia, una novità.
Tu hai iniziato mixando il rock…
Si, io non vengo dalla febbre del sabato sera, ma dalla new wave, dalla scena del dopo punk inglese di fine anni 70. Quando è uscito The Magnificent Seven ho pensato” Ecco il disco per fetto per ballare”.








Bar.it ha incontrato Ivana Spagna a Cupramontana, la cantautrice ci ha invitato nel retropalco prima della serata prova generale dedicata alla cittadinanza che ha ospitato lo show case prima della tournè estiva 2008.

